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Ricerca: l’Occhio dell’Ape in Aiuto della Moderna Tecnologia Stampa E-mail
Le api, diversamente dall’uomo, hanno una visione circolare e un campo visivo che supera l’ampiezza di 300 gradi, il che le rende capaci di percepire elementi collocati in oltre tre quarti dello spazio circostante. E’ la conclusione cui sono giunti i ricercatori della Queen Mary University di Londra, che hanno simulato il meccanismo visivo di Apis mellifera mediante una videocamera collocata dietro uno specchio convesso in modo che la luce proveniente dai

lati rimbalzasse dallo specchio dentro la lente. Grazie a tale processo i ricercatori hanno ottenuto un’immagine centrale e un’altra esterna che, una volta assemblate, hanno consentito di riprodurre una visione intera e verosimilmente vicina a quella percepita dalle api. L’occhio dell’ape, come quello di tutti gli altri insetti, è molto sviluppato ai lati del capo e non è dotato di pupilla, iride e lente cristallina. La superficie dell’occhio delle api, come già noto dagli studi sulle biologia di Apis mellifera, è suddivisa in migliaia di tubicini circolari che terminano all’interno in bastoncini retiniformi o coni visivi: il loro insieme forma la retina. Ogni cono percepisce la porzione del campo visivo che si trova nella sua traiettoria. L’immagine che si forma sulla retina, pertanto, non risulta rovesciata, come per l’occhio umano, e il campo visivo viene scomposto alla superficie dell’occhio in un mosaico di piccole parti che, attraverso i coni visivi, giungono al cervello. Le api, pertanto, percepiscono un’immagine unica che viene divisa, attraverso i bastoncelli della retina, in un mosaico che a sua volta viene ricomposto dal cervello in una sola immagine. Questi e altri studi hanno consentito di dimostrare che le api, oltre ad avere una vista panoramica, dispongono di una percezione visiva superveloce. Secondo il Journal of Neuroscience, questi insetti vedono il mondo a una velocità cinque volte maggiore rispetto agli esseri umani. Capacità essenziale per sfuggire ai predatori e per accoppiarsi in volo. Secondo gli autori dello studio, Peter Skorupski e Lars Chittka, questa velocità dipende dalla rapidità con cui la luce è catturata dalle cellule degli occhi che scattano un’istantanea del mondo e la inviano al cervello. I dati raccolti dai ricercatori prefigurano le possibili applicazioni tecnologiche di queste sofisticate indagini: si parla già di robot dotati di un eccezionale campo visivo e di velivoli leggeri e dotati di maggiori capacità di navigazione.


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