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Mandela: Sommesso ronzio, è l’omaggio dei Custodi dell’Ape Stampa E-mail
L’intera comunità apistica – italiana e internazionale – si associa oggi alla corale celebrazione dei 100 anni dalla nascita del grande Nelson Mandela. Dire Sud Africa, infatti, significa per noi riportare l’orologio del tempo all’ottobre del 2001: un mese appena dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York. Noi apicoltori italiani, che da così lontano avevamo seguito la vicenda esistenziale del grande “Madiba”,

ora presidente dei neri e dei bianchi di questa terra leggendaria, eravamo lì: la più numerosa delegazione apistica internazionale presente al 39° Congresso mondiale di Apicoltura che si svolgeva a Durban, in Sud Africa. Fummo accolti da eroici colleghi che non avevano avuto paura di viaggiare in aereo, nonostante la psicosi che aveva paralizzato il mondo intero.

Sia gli apicoltori bianchi, sia i neri e di colore tra i tanti che incontrammo in quell’occasione e che ancora ci sono amici, ci manifestarono la loro grande ammirazione per questa nostra scelta coraggiosa. Così la leggenda di Mandela la toccammo con mano: visitammo i luoghi della sua infanzia, le città che avevano fatto da teatro al processo di liberazione dall’apartheid, le meravigliose bellezze naturali di questa affascinante porzione dell’Africa meridionale e il Parco nazionale dove l’ormai Premio Nobel per la Pace amava ritirarsi per riconciliarsi con la natura.

Un ricordo tra i tanti altri che in giorni di celebrazione planetaria riemerge e merita di sicuro, proprio oggi, di esser condiviso. Anche nella vita e nel karma di questo gigante della pacificazione tra razze umane, ci furono le api. Ce lo raccontarono i nostri colleghi apicoltori sudafricani: “Un sabato di Pasqua del 1998, era un 13 di aprile, uno sciame di api gli entrò in casa mentre usciva dal bagno. Il primo presidente democratico del Sud Africa aveva beccato punture di api alle parti basse dello stomaco. Nonostante tutto, Mandela volle difendere il diritto delle api a rimanere nella sua casa di campagna, nella provincia del Capo Orientale e contro il volere della polizia che avrebbe voluto rimuovere lo sciame. Pare abbia dichiarato, in quell’occasione, che “le api hanno pieno diritto di scegliere la propria casa!".
C'è poi una credenza nella tradizione dell’etnia Xhosa (quella cui apparteneva Mandela) secondo la quale le api sono collegate agli antenati e se mostrano cattiveria verso di te è perché portano un loro messaggio, è un predecessore che ti comunica che c’è qualcosa che devi fare. Come c’è l’aneddoto del Mandela bambino che derubò di miele e cera uno sciame interrato e nella totale disapprovazione degli anziani del villaggio perché quell’alveare era sulla tomba dei guerrieri della sua tribù. E queste cose sarebbe meglio non farle, se non fosse che quando accadono è perché il karma è un percorso già segnato. Ecco perché Mandela è chiamato anche Rolihlahla che suona come “colui che ha il coraggio di sfidare lo status quo”, ma che molto più terra terra significa “colui che ha il coraggio di entrare nella casa dell’ape”.

L’ape che non muore mai, come i grandi uomini la cui memoria risuonerà fino a farsi eco inarrestabile nella coscienza del mondo. E’ questo il Mandela che salutano gli apicoltori, a modo loro, custodi degli alveari che nel ronzio celano nient’altro che la vocazione al pronto intervento per la realizzazione di un bene che è interesse comune. E nel Paradiso di Mandela, nella luce che indica il suo cammino di pace, non c’è dubbio, ci sono anche le api.
Raffaele Cirone

FAI -  Federazione  Apicoltori Italiani
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