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Aethina tumida: Agricoltori senza Apicoltori, fiori senza Api Stampa E-mail
Piana di Gioia Tauro (RC), 16 Ottobre 2014. Quarantunesimo giorno dalla scoperta di Aethina tumida. Quello che era uno dei territori a più alta densità di alveari d’Italia - ambìto come pochi per il clima favorevole in gran parte dell’anno e la ricca produzione di miele - ora è un terreno crivellato di piccoli crateri neri e resti ancora fumanti. Il paradiso delle api si è trasformato di colpo in un bruciante inferno. Siamo alle ultime battute di un’operazione fuori dal comune: l’eradicazione di un

parassita, decretata per legge, mediante la soppressione dell’insetto più prezioso che esista. Ancora una volta vittima, ancora una volta lì a fare da bersaglio ai colpi inferti dall’incuria e dall’irresponsabilità dell’uomo. L’ape sta nuovamente subendo un’ingiuria che molti vorrebbero evitata, ma che la gente del posto ha accettato. Si brucia “per far contro il nemico una barriera”, si brucia per far sapere a chiunque nel mondo che in Calabria c’è chi ha il coraggio di prepararsi il proprio rogo per l’ultimo viaggio, l’ultimo nomadismo delle sue api. E’ un monumento alla speranza che ogni fuoco sia un bersaglio centrato, un colpo inferto al piccolo coleottero dell’alveare, per evitare un danno ancora più grande. Si lotta contro il tempo, scovando gli ultimi alveari. C’era la fila questa mattina, cose mai viste in precedenza, di certo la prima volta che Apicoltori dell’ultima ora, con ciascuno un piccolo allevamento da denunciare si presentano in gruppo ai Servizi Veterinari. All’Ufficio decentrato di Taurianova, dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria ne sono arrivati cinque, Apicoltori con poche unità di alveari che chiedono di essere censiti e poi ispezionati. Ce ne sono state tante altre di autodenunce, queste dovrebbero essere le ultime. Intanto si aspetta un intervento del Corpo Forestale dello Stato, così come richiesto dall’Ordinanza Regionale, per un’ancora più stringente e definitiva azione di verifica e controllo all’interno della zona rossa. Iniziano ad essere evidenti anche gli effetti collaterali dovuti alla eliminazione in massa delle api dal territorio: un’azienda agricola che ospitava 65 alveari per l’impollinazione del lampone si trova di colpo sguarnita di uno strumento indispensabile a rendere produttiva la propria attività. Il proprietario lamenta la perdita quasi certa del raccolto, che quest’anno non lo ripagherà dell’investimento fatto. Ora come si fa senza api? Non è il solo a chiederselo, qui nella Piana si è saputo che sono circa una quindicina gli agricoltori che facevano regolare ricorso al servizio di impollinazione con alveari, specialmente per gli impianti sotto serra. Insieme a lamponi, more e mirtilli c’è poi il kiwi che ormai da anni ha iniziato a rimpiazzare gli agrumi: anche in questo caso gli agricoltori sono fortemente preoccupati e lo dicono, lo dicono chiaramente quando si rendono conto che di colpo viene a mancare qualcosa di fondamentale per l’allegagione dei frutti: senza impollinazione il prodotto non sarà perfetto e quindi finirà fuori mercato. Si parla già di decine di migliaia di euro di mancato fatturato. Il sodalizio che teneva strettamente legati i due mondi, l’opera di reciproco supporto che spontaneamente si era creata tra Agricoltori e Apicoltori, tutto è stato di colpo interrotto: anche questo è un effetto collaterale, anche questo è un danno che Aethina tumida sta recando. Poi ci saranno altri danni, meno misurabili in termini economici diretti ma sempre legati alla mancata presenza di un insetto utile alla conservazione della biodiversità vegetale. Oggi nella zona rossa non si vedeva volare una bottinatrice, non si sentiva più un ronzio che ne testimoniasse la presenza: c’è fioritura di nespolo e rosmarino in questi giorni, ma sulle corolle neanche un’ape si posa. E fa male anche questo, a questa terra, alla sua gente, a tutti noi.

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