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Aethina tumida: l’Epicentro è un grande Focolaio, va estinto Stampa E-mail
Zona Rossa (RC), 11 Ottobre 2014. Trentaseiesimo giorno dalla scoperta di Aethina tumida. La percezione dall’esterno è che dentro l’epicentro calabrese di questa parassitosi si vada verso un rallentamento, che non ci sia più molto da dire o da fare. Chi le cose le vede e le vive dall’interno, invece, sa bene che non è così: il lavoro sta andando avanti, silenziosamente e senza clamore, sia pure tra tante difficoltà e segni di stanchezza da parte di chi ogni giorno è chiamato a prestare la sua opera perché

l’incarico cui assolve glielo impone. O chi invece, pur senza imposizioni, sta prestando la propria collaborazione per spirito di servizio e a titolo volontario. Dentro l’epicentro e in buona parte della Calabria si sta facendo uno sforzo improbo: attuare al meglio le direttive impartite dal Ministero della Salute, dalla Regione, dai Centri di Referenza Nazionale e Comunitario, perché l’emergenza sanitaria si arresti lì dove è stata conclamata. Si parla tanto di Aethina tumida in giro per l’Italia ed è giusto così, ma si parla poco degli Apicoltori che qui stanno affiancando e spesso anche stimolando e indirizzando le Autorità sanitarie e le squadre dei Medici Veterinari. Sono loro che, insieme da un mese e più ormai, stanno facendo ogni giorno qualcosa che va oltre il proprio dovere. C’è chi supervisiona e chi ordina, c’è chi ispeziona e chi diagnostica, c’è chi accompagna le squadre nelle più sperdute postazioni di apiari e chi collabora ad eseguire le distruzioni di alveari in massa. C’è persino qualcuno che ha trovato la voglia e il tempo per mettere a punto un metodo più efficace e meno cruento per asfissiare le famiglie di api che l’indomani vengono incendiate, e c’è chi questo metodo lo valida e lo autorizza ufficialmente trasformandolo in una buona pratica apistico-sanitaria: il diossido di zolfo, o se preferite l’anidride solforosa, è arrivato solo da pochi giorni ma ha già sostituito le pasticche di zolfo velocizzando le procedure per l’asfissia preventiva delle api che vengono claustrate dentro le arnie prima che il fuoco faccia il resto. C’è chi bonifica i terreni con il larvicida, chi l’indomani passa la fresa sulla postazione trattata che, per maggiore sicurezza, sarà di nuovo irrorata. La prima ondata di eradicazione è già ultimata, ma ce ne sono già pronte di altre. Ad oggi sono circa 1500 gli alveari abbattuti e la conta dei focolai, a questo punto, non ha più senso: l’intensificarsi dei controlli, delle segnalazioni spontanee e delle autodenunce ha fatto impennare il numero delle diagnosi positive di Aethina tumida ed è per questo che l’epicentro deve ormai essere considerato come un unico grande focolaio. Ed è sempre per questo che Apicoltori e Medici Veterinari, nel rispetto delle direttive, concordano ancora sull’opportunità della distruzione. E’ la riprova di una volontà condivisa e saldamente orientata alla eradicazione. FAI Calabria, intanto, si è resa disponibile per la fornitura e la collocazione dei nuclei di api che vengono richiesti dall’Istituto Zooprofilattico, su indicazione di chi coordina le operazioni ai livelli superiori, per verificare l’efficacia della disinfestazione e misurare il rischio di reinfestazione. Ancora una volta la disponibilità e la solidarietà degli Apicoltori calabresi non viene meno: anche questi nuclei vengono forniti gratuitamente da chi ha la fortuna di possedere api non infestate da Aethina tumida. Gli altri, coloro che per primi si sono confrontati con il triste rituale dell’abbattimento totale dei propri alveari, danno ancora man forte e chiedono solo, con dignitosa discrezione, di ricevere una rassicurazione sull’indennizzo dei beni che hanno sacrificato. Apicoltori che hanno osservato le disposizioni di legge, ma ora si sentono abbandonati in un limbo dal quale chiedono di essere tirati fuori al più presto. Dalla zona rossa oggi si leva un nuovo e comprensibile appello al Ministero della Salute: riconoscere urgentemente l’equo indennizzo a chi per primo e più di altri ha fatto il suo dovere. Si sappia a Roma che l’aspettativa non è monetaria: la gente dell’epicentro vuole rivendicare il proprio titolo di Apicoltore tornando in possesso degli stessi alveari, s’intende, che le ordinanze di sequestro hanno condannato al rogo.

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© Foto: FAI Calabria/Francesco Artese



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