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Aethina tumida: Sesto focolaio, sospetti su Termovalorizzatore Stampa E-mail
Gioia Tauro, Rosarno (RC). 25 Settembre 2014. Ventunesimo giorno dalla scoperta di Aethina tumida. Due Comuni distanti tra loro meno di 15 chilometri. Erano posti magnifici e, in parte, lo sono tuttora: ulivi e agrumi dominano ancora nel vasto territorio agricolo che qui ha il nome di Piana, la più fertile di questa punta d’Italia. Meta ambita da tutti gli Apicoltori calabresi, come dagli stessi siciliani, e non solo da loro, perché questo territorio è tappa obbligata per  chi in Italia va alla ricerca della

zagara e del suo prezioso nettare. Una miniera di miele a cielo aperto, morsa dalla vorace bocca del porto commerciale più importante del Mediterraneo. Immaginate un quadrilatero delimitato a Sud dal Fiume Petrace, a Ovest dal Mar Tirreno e dal Bacino del Porto, a Est dalla Strada Statale 18 e a Nord dal Fiume Mesima che confina con il Comune di Rosarno. Un territorio di circa 10.000 ettari: Aethina tumida sembra circoscritta in questa “riserva” e dà la vaga impressione, almeno per ora, di non aver ancora compiuto il grande salto. Parliamo di ufficialità, parliamo di focolai conclamati e definiti tali solo dopo che le squadre di Medici Veterinari e Apicoltori hanno riconosciuto il piccolo scarabeo dell’alveare e al malcapitato proprietario dell’apiario è stato notificato il verbale di sequestro. Oggi siamo al sesto focolaio: sempre e solo con esemplari adulti di Aethina tumida. E’ il triste bollettino diramato da FAI Calabria che, tra le altre cose, tiene il conto di questi ritrovamenti e aggiorna la mappa. E’ come contare i morti e i feriti dopo un disastro. Chi in questa tragica situazione risulta colpito direttamente è addolorato, attonito, come avesse subìto un lutto. Ma in quegli occhi lucidi di tutti gli Apicoltori che hanno fatto i conti con la “diagnosi positiva” non abbiamo mai letto né rabbia, né rassegnazione. Qui c’è ancora voglia di darsi da fare per aiutare i colleghi, per portare conforto a quelli che pian piano si stanno facendo avanti addirittura invitando i Medici Veterinari a visitare i propri alveari, per collaborare al disperato tentativo di eradicare questo maledetto parassita che ancora ignoti personaggi potrebbero aver introdotto a seguito di commerci di api dall’estero. Ipotesi, tra le varie che qui si stanno valutando: perché capire come sono andate esattamente le cose può far la differenza nell’attuazione dell’estremo tentativo di distruzione del parassita. Poi, a sera ormai inoltrata, tutti si ritrovano attorno ad un tavolo ad aggiornare mappe, a fare considerazioni, a valutare dati, distanze e circostanze. L’ipotesi del Porto di Gioia Tauro come luogo di introduzione di Aethina tumida solo in parte risulta attendibile: in questo porto, che movimenta quasi 2 milioni di container l’anno, non sono consentiti traffici di animali vivi e quindi neanche di api. Frutta e verdura, che pure transitano in gran quantità, viaggiano in container frigoriferi sigillati. Qualcosa non quadra, non è questa la via lungo la quale Aethina tumida può aver fatto il suo viaggio clandestino da un altro Continente. A Gioia Tauro però, ad arrivare da altri Continenti e dal Nord Africa in particolare, non sono solo i container. Qui sbarcano e soggiornano 1550 navi all’anno, una media di 130 navi al mese, 4-5 navi al giorno. Chi lavora nell’area del Porto sa che molte di loro richiedono il servizio “garbage”, ovvero prelievo e smaltimento di spazzatura. Supersacchi di immondizia che gli equipaggi accumulano durante le traversate e che vengono prelevati da un apposito servizio dell’autorità portuale, trasferiti nelle apposite aree di stoccaggio. Qui la spazzatura “navale”, come tutte le altre, viene differenziata e l’umido staziona lunghi periodi in vasche all’aperto e in attesa di essere poi bruciato nel termovalorizzatore. Aethina tumida, si sa, non è un parassita specifico delle api, è onnivora, mangia anche frutta, verdura, cellulosa. Cosa c’è di più probabile di una cassetta di frutta infestata in partenza dal piccolo scarabeo dell’alveare, caricata su un cargo proveniente dall’Egitto, sopravvissuta a bordo e finita nei sacchi di spazzatura che poi permangono all’aria aperta, sotto il sole e indisturbati? Coleotteri liberi di riprodursi e, finalmente, di poter volare di nuovo dentro gli alveari del circondario, dove il cibo è certamente di migliore qualità! Annuiscono, tutti annuiscono: l’ipotesi è verosimile, ciascuno dei focolai di Aethina tumida finora individuati è a un tiro di schioppo dal termovalorizzatore. La giornata si chiude con la decisione di segnalare la questione alle Autorità Sanitarie affinché anche questa pista venga battuta, senza escludere le altre, senza rinunciare a circoscrivere l’infestazione, senza perdere la dignità di chi è chiamato al fronte per combattere contro un nuovo nemico che attacca di notte e che è capace di toglierti l’anima di Apicoltore.

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© Foto: Stefano Dal Colle
La struttura del termovalorizzatore di Gioia Tauro, prospicente l’area del Porto e a pochi chilometri, in linea d’area, da tutti i focolai finora ritrovati.

© Elaborazione grafica di Francesco Artese – FAI Calabria


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